La Crocchetta di Patata Volante

 

Una crocchetta di patate è volata nella stanza ed è atterrata sulla mia adorata Caterina e sul vestito nuovo che il papà le ha comprato la settimana scorsa a Madrid. Ho attraversato con passo marziale il tavolo dei dessert e sono entrata nella stanzetta privata della pizzeria in cui  Caterina stava festeggiando i suoi 14 anni con tutta la classe. Erano in ventidue.

Con voce autoritaria, ho strillato: “Basta, se uno di voi lancia un altro boccone di cibo, la festa è finita!”. Il mio tentativo di autoritarismo è stato utile quando uno dei miei cinguettii. “Vai via, mamma, per favore” mi ha pregato Cate. Perciò ho fatto dietrofront, imprecando sottovoce per aver acconsentito a una festa con tutta la classe, e sono tornata alla mia postazione sulla porta insieme a Gustavo.

Una festa di compleanno da incubo. Esiste un genitore che non abbia un aneddoto in proposito? E non impariamo mai. Anno dopo anno, continuiamo a infliggerci questi terribili eventi perché non riusciamo a dire i nostri adorati figlioli: “NO, non puoi avere una festa di compleanno!”.

Al suo terzo compleanno, Nico era seduto sul suo trono-tirannosauro. Giuro che ho fatto di tutto. Vi cito qualche esempio. C’è stata la festa-dinosauro quando il mio primogenito Nico ha compiuto tre anni e io tentavo ancora di diventare una super-Mamma. Ho passato ore a decorare la casa con dinosauri, ho fatto un trono-Tirannosauro Rex per Nico e una torta a forma di dinosauro. I bambini sono venuti con i genitori e filava tutto liscio finché Nico non ha guardato un papà e gli ha detto: “Perché sei così GRASSO? Sei un GROSSO BRONTOSAURO!” E’ seguito un momento di silenzio fra lo sbigottimento generale, poi Gustavo – ossessionato dalle buone maniere dei figli – ha preso Nico, l’ha portato in un’altra stanza e lo ha rimproverato ad alta voce in modo che tutti lo sentissero: “Non Si Dice Mai, Mai, a Nessuno che è GRASSO!”.

Poi c’è stata la festa a Villa Torlonia, durante la quale è sparita la piccola Camilla. Correvamo tutti disperatamente nel parco urlando sul suo nome, convincendoci che fosse stata rapita, che fosse colpa nostra… ma alla fine l’abbiamo trovata seduta accanto a uno stagno che intrecciava margherite ignorando i nostri richiami. Non potevo incolpare Camilla, però non sono un’amante delle feste di compleanno che finiscono nel caos.

Poi c’è stata la festa in cui le amiche sono rimaste a dormire, anche se nessuna ha dormito. E quella all’acqua-park, dove ho dovuto sorbirmi ogni pericoloso scivolone con ogni singola bambina, perché  non potevano andare da sole e Gustavo soffre di vertigini. Era divertente, ma ripetere la stessa discesa dieci volte era davvero troppo, alla fine ero completamente zuppa e avevo lo stomaco sottosopra.

Però credo che il premio per il peggior compleanno da incubo vada a mio fratello Stephen, miracolosamente sopravvissuto e in grado di raccontare la storia. Stephen vive a Tucson, in Arizona, con la sua bella moglie ostetrica che Non-Perde-Mai-La-Calma e i suoi quattro figli. E’ uno scrittore brillante e divertente, ma di questi tempo è troppo occupato con la prole per scrivere. Vi darò qualche dettaglio, ma lascio a lui il piacere di scrivere tutta la storia un giorno. E’ andata più o meno così.

Avevano organizzato una festa in piscina nel loro giardino, gli allegri genitori parcheggiarono sul vialetto e fecero scendere i bambini – alcuni dei quali non sapevano nuotare – che sciamarono tutti come uno stormo di pipistrelli fuori dalla grotta dell’inferno. Fu subito chiaro che sarebbe stato un bell’impegno tenere d’occhio tutti i bambini nella piscina e mandare avanti la festa, e poco dopo, la bella Ostetrica che Non-Perde-Mai-La-Calma venne chiamata per un parto. Le cose andarono di male in peggio, qualcuno venne punto da uno scorpione, qualcun altro rimase attaccato a un cactus (forse era solo un asciugamani, ma dovette essere lasciato là),  trambusto in piscina, l’apparizione di un serpente a sonagli, eccetera. Alla fine della festa, credo che mio fratello abbia chiesto a sua moglie di tornare dall’ospedale con un’ambulanza e una fornitura settimanale di Valium per lui. Forse ho ricostruito male alcuni dettagli, ma credo di aver reso l’idea.

Al confronto, la serata di ieri è stata una passeggiata. Dalla mia postazione sulla porta era difficile seguire gli eventi nella saletta privata. Riuscivamo a vedere l’ultima parte del tavolo, dove erano sedute le ragazze ben vestite, ben educate e intente a chiacchierare. A un certo punto ci hanno chiesto molte altre bottiglie di acqua. Sono andata prendere cinque bottiglie e ho chiesto ai camerieri di portarne altre. Poi hanno chiesto altri tovaglioli, sono andata a prendere anche quelli, ma quando li ho portati nella saletta, ho scoperto che i ragazzi stavano facendo una battaglia a colpi di bicchieri d’acqua. Quindi basta con l’acqua. Sono tornata alla mia postazione sulla porta.

Poco dopo, il proprietario del ristorante è venuto a lamentarsi che i ragazzi stavano saltando fuori dalla finestra sul retro. Gustavo è corso a radunare i ragazzi per strada, intimando loro – inutilmente – di non rifarlo. Poi le ragazze hanno deciso di fare una visita di gruppo nella toilette, cosa che abbiamo autorizzato, ma quando i ragazzi hanno espresso l’intenzione di fare la stessa cosa, abbiamo dovuto imporre che andassero uno a uno. Ci siamo affacciati nella saletta diverse volte e i ragazzi erano raggruppati in un angolo a fare i cretini al telefono.

La festa è iniziata alle otto e tutti i ragazzi sono arrivati puntuali o in anticipo. Le ragazze sono arrivate in ritardo, come usa. Un’amica di Caterina ha fatto gli inviti al computer ma ha scritto erroneamente ‘dalle otto alle  undici’. Tre ore con ventidue tredicenni sono una vera eternità.

Alle dieci e un quarto, non riuscivamo più a tenerli all’interno del locale. Abbiamo detto ai ragazzi di mandare messaggi ai genitori per farsi venire a prendere. Pessima idea. I ragazzi sono esplosi, correvano su e giù per la strada. La situazione sembrava troppo pericolosa, perciò Gustavo ha cominciato a portare i ragazzi a casa tre per volta, mentre io cercavo di tenere gli altri lontano dalla strada. A un certo punto,  ho perso la pazienza con il piccolo Lorenzo che conosco dalle elementari, perché continuava a fare capolino fra le auto parcheggiate. “Adesso chiamo tua madre!”, ho urlato. Altro tentativo fallito di esercitare il controllo. (Tanto di cappello a tutti gli insegnanti di scuola media, non so come fanno.)

So cosa vuole dire avere un figlio di 13 anni, perciò non potevo essere troppo severa con quei ragazzi. Quando Nico aveva 13 anni, uno dei suoi amici ha fatto una festa in un centro ricreativo fuori Roma, in aprile. Nico si è messo alla testa di un gruppo di ragazzi ribelli seguiti da un gruppo di ragazze, e si sono tuffati tutti nella piscina. Al proprietario del centro è venuto un colpo. Sua madre Antonella è figlia di un famoso diplomatico italiano e deve avere la diplomazia nel DNA. Non si è minimamente scomposta, anzi, ha calmato il proprietario e con grande aplomb ha suggerito che i genitori portassero a casa i figli bagnati perché altrimenti avrebbero preso il raffreddore.

Alle undici di sera, quando Gustavo e io volevamo disperatamente finire la serata, in una scena da film, un’auto si è fermata davanti al ristorante e ne è scesa una madre elegantissima avvolta in una pelliccia nera. I capelli erano una massa di perfetti riccioli scuri, il parrucchiere avrà impiegato ore ad acconciarla. Teneva in braccio un Chihuahua. “Tesoro, eccoci qua”, ha detto al figlio maleducato, porgendogli il Chihuahua. “Spero che si siano comportati bene”, ha detto vaga, chiaramente poco interessata alla risposta.

Ieri sera, Gustavo e io abbiamo giurato che bandiremo per sempre le feste di compleanno. Questa mattina Chiara si è alzata, è venuta in cucina e ha detto: “Mamma, adesso che la festa di Cate è passata, possiamo cominciare a programmare la mia.” AARRGGHH

 

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Trisha Thomas
Trisha is a TV journalist working for AP TV News in Rome. She is married to an Italian and is a Mamma of three.

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