Piazza del Popolo, Roma. Foto di Nicolee Drake

Come fa una giovane donna americana cresciuta giocando a field hockey, abituata a verdure surgelate, lavatrici, asciugatrici e lavastoviglie, al cibo cinese da asporto e a viaggiare con lo zaino in spalla… a trasformarsi in un’efficiente mamma italiana con gambe sensuali, capace di cucinare paste perfette? Impossibile.

Come fa qualunque donna a gestire le esigenze e le responsabilità di moglie, madre, lavoratrice e regina nella casa? Nel mio caso, tutto ciò implica badare a tre figli, fare giornalismo televisivo, soddisfare agli obblighi di una società italiana fortemente influenza dalla cultura cattolica e… vivere nell’Italia degli ultimi sedici anni, vale a dire l’era politica di Silvio Berlusconi, in cui la donna oggetto-sessuale è diventata la norma.

Come fa una donna ad adeguarsi alle regole di una società e al tempo stesso restare fedele alle proprie convinzioni, valori e tradizioni culturali? La mia risposta a queste domande è sempre stata “con buoni amici, umiltà e senso dell’umorismo.”

Quando i miei figli erano piccoli, passavo ore seduta sulle panchine dei parchi e mentre loro giocavano, io scherzavo e ridevo delle difficoltà quotidiane con le altre mamme. Sono ancora amica di quelle donne, anche se ormai passiamo le giornate sedute in macchina ad accompagnare i figli di qua e di là. Negli anni, mi hanno aiutato a sviluppare la comprensione e la saggezza necessaria ad andare avanti. Una di loro ha riassunto in maniera brillante le mie preoccupazioni sull’operato delle mamme italiane: “Ci sforziamo di insegnare loro i buoni valori, a lavorare sodo e fare del loro meglio, ma per qualche motivo, stiamo trasformando i nostri figli in tante mozzarelle.”

Nei ultimi sedici anni, ho annotato gli episodi più curiosi che mi sono capitati mentre cercavo di diventare una brava mamma italiana senza perdere la mia ‘americanità’. Erano appunti presi sul taccuino di lavoro, buttati giù accanto alla piscina mentre aspettavo la fine di una lezione di nuoto, o sul bordo di un campo di calcio, o sull’autobus che mi porta al lavoro. Poi strappavo la pagina, la ripiegavo, la mettevo in tasca e tornata a casa, la scrivevo al computer. Era un modo per scaricare la frustrazione e ridere delle mie manie.

In seguito ho diviso gli aneddoti in categorie – cibo, salute, abbigliamento. Poi ho raccolto questi appunti e in un unico lavoro che spero di pubblicare. S’intitola “Mamma Mozzarella. Scadenze, pannolini e Dolce Vita”. A quel punto però, amici e colleghi più giovani di me mi hanno detto che il futuro di Mamma Mozzarella era in un blog. Perciò eccolo qua.

 

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