Vestiti Di Nero

Donna a un funerale di mafia a San Luca, Reggio Calabria, 5 maggio 1993 Fermo immagine video realizzato da Gianfranco Stara

Quando ci siamo trasferiti in Italia, un amico di famiglia di Gustavo morì inaspettatamente di infarto. Aveva poco più di cinquant’anni. Gustavo mi portò al suo funerale ad Aprilia, a circa un’ora a sud di Roma. Erano tutti vestiti di nero. La grande bara di legno era davanti all’altare. Assistetti alla messa senza capire molto di quello che diceva il prete.

Alla fine, dai primi banchi si alzò un terribile lamento. Un gruppo di uomini si fece avanti per prendere il feretro e la moglie del defunto si buttò su di esso piangendo istericamente. Alcune persone cercarono di tirarla via mentre i portatori, con il volto rigato di lacrime, si issarono in spalla la pesante bara. Fui assalita di colpo da un’ondata di tristezza e cominciai a piangere sommessamente. Gustavo mi guardò stupito e chiese: “Perché piangi? Neanche lo conoscevi…” Io risposi singhiozzando: “Ma è così TRISTE, mi sento così triste. Non sono mai stata a un funerale tanto triste.”

Ed era la verità. I funerali italiani sono concepiti per essere tristi. Si può piangere fino ad avere gli occhi gonfi. A volte ci sono persino persone che aiutano gli intervenuti a sentirsi tristi… le prefiche. Tradizionalmente le prefiche, in genere donne, accompagnano il corteo funebre strappandosi i capelli, lamentandosi disperatamente e gettandosi sulla bara per suscitare un senso generale di angoscia. Norman Lewis, un agente dei servizi segreti britannici durante la II Guerra Mondiale, le ha descritte così nel suo libro “Napoli 44”: Lamentatrici professioniste, ingaggiate per rafforzare il dolore delle famiglie colpite, correvano su e giù strappandosi i vestiti e gridando orribilmente.

Sono stata cresciuta con una mentalità da WASP (White Anglo-Saxon Protestant), abituata a non mostrare le emozioni. “Urlare orribilmente” non è quello che si fa ai funerali WASP. Alle cerimonie funebri dei miei nonni, l’atmosfera era quasi allegra, con amici e parenti che raccontavano episodi felici sui deceduti, celebrandone le vite. In netto contrasto, ai funerali italiani si piange la morte e si esprime tristezza.

Alcune tradizioni italiane collegate alla morte mi sembrano davvero macabre. Quando Caterina era in prima media, suor Bruna, una brava religiosa che lavorava nella sua scuola, morì improvvisamente un giovedì. Il venerdì, lasciai Caterina davanti alla chiesta di Piazza Euclide, di fronte alla scuola, per la sua lezione di catechismo. Quando uscì, la mia piccola e coraggiosa Cate mi disse: “Mamma, oggi l’insegnante ci ha portato a vedere il corpo di suor Bruna in chiesa. Aveva la faccia vedere e gli occhi viola.” Io ero inorridita, ma Caterina non sembrava affatto turbata. Non fece una piega, perciò io lasciai correre.

Lo scorso agosto sono rimasta a Roma a lavorare mentre la mia famiglia era in vacanza. In una giornata di calma in ufficio, ho fatto una passeggiata a Trastevere. Il dedalo di stradine selciate converge nella bella Piazza di Santa Maria in Trastevere, su cui si affaccia l’omonima basilica, una delle mie preferite a Roma.

Sono entrata in chiesa per ammirare gli spettacolari mosaici e per un po’ di refrigerio dal caldo afoso. Era in corso un funerale. Mi sono seduta in fondo alla navata mentre un uomo di mezz’età ha raggiunto il pulpito. Con un terribile sospiro, ha messo dei fogli di carta sul leggio, ha sistemato il microfono e ha detto: “Melanzane alla parmigiana, ravioli con ricotta, stracchino e gorgonzola, fiori di zucca ripieni, tagliolini al limone… queste erano alcune delle squisitezze che ci preparava la mamma. Sono le specialità in cui riversava il suo amore e ce lo serviva caldo fumante. E adesso non c’è più.” Ho avuto un sussulto. Cibo. Amore. Perdita. Era devastante. Ho guardato tutta la gente vestita di nero che si asciugava delicatamente le lacrime con un fazzolettino. Poi sono stata assalita dall’ONDATA DI TRISTEZZA. Ho cominciato a sentirla nello stomaco, poi mi ha attanagliato il cuore e mi è entrata nel cervello. Prima che cominciassero a sgorgare le lacrime, mi sono alzata di scatto e sono uscita dalla chiesa. La calura di agosto sulla piazza infuocata mi ha fatto rinsavire. “Trisha, hai quasi pianto perché non potrai mangiare le melanzane alla parmigiana di quella cara signora, – ho pensato fra me e me – lascia stare il giornalismo e trovati un lavoro come prefica.”

E se un funerale non dovesse bastare, in Italia si può ripetere ogni anno! Con la messa di suffragio nell’anniversario della morte. Per i genitori, si fa celebrare una volta all’anno. Mi ha divertito la storia del capo sessantottenne del mio amico Gianluca. E’ un uomo potente, amico di Henry Kissinger e Shimon Peres, conosceva persino Mao Tse-tung. Sua madre è deceduta più di vent’anni fa, ma ogni anno, nell’anniversario della morte, fa celebrare una messa in sua memoria. E ogni anno fa stampare dei ricordini con la foto della vecchina da distribuire a tutti gli intervenuti. Pare che sia un evento da non mancare per i ricchi e potenti di Roma, che si vestono di nero e stringono i loro ricordini mentre onorano la memoria di questa mamma che molti di loro non hanno mai conosciuto. Devo ricordare tutto questo a mio figlio prima di tirare le cuoia, e farò in modo da mettere da parte delle foto favolose da distribuire!

 

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Trisha Thomas
Trisha is a TV journalist working for AP TV News in Rome. She is married to an Italian and is a Mamma of three.

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